Se l'emergenza riguarda i bambini.
Le emergenze pediatriche richiedono competenze specifiche e una forte attenzione alla prevenzione. Ne parliamo con il Dr. med. Gianluca Gualco, medico pediatra coinvolto nell’aggiornamento dei corsi dedicati alle diverse fasce d’età pediatriche,
per approfondire i temi della formazione e della gestione delle emergenze nei bambini.
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Dr. Gualco, qual è stato l’iter che ha portato all’elaborazione delle nuove linee guida per i tre corsi pediatrici Baby SOS 0–5 anni, Junior SOS 6–14 anni e Teen SOS, sviluppati per conto dell’Accademia di Medicina d’Urgenza Ticinese (AMUT)?
L’elaborazione dei nuovi corsi è partita dal corso base urgenze pediatriche che già trattava le principali tematiche legate alle emergenze mediche e traumatologiche nella popolazione pediatrica. Il nuovo format ha suddiviso le fasce d’età. Il mio contributo come pediatra e responsabile del pronto soccorso pediatrico è stato di validare i contenuti scientifici secondo linee guida aggiornate. La collaborazione interdisciplinare è stata proficua tra soccorritori e formatori. Questi corsi sono importanti perché contribuiscono a formare e sensibilizzare la popolazione laica (genitori, educatori…) ad agire correttamente in situazioni gravi o potenzialmente tali fino all’arrivo di soccorritori professionisti. Lavorare insieme e collaborare significa garantire la continuità di cura dei nostri piccoli pazienti.
Le tre differenti fasce di età comportano naturalmente anche patologie diverse.
Certamente: cambiano le patologie, ma cambia anche il modo in cui il bambino manifesta i sintomi, comunica il proprio disagio e interagisce con i genitori. Nei primi cinque anni di vita, ad esempio, i bambini hanno maggiori difficoltà a esprimere con precisione dove provano dolore o a descrivere ciò che sentono; al contrario, un bambino più grande riesce generalmente a localizzare meglio il disturbo e a raccontare i sintomi in modo più accurato.
Esistono inoltre problematiche tipiche di specifiche fasce d’età. Un esempio è l’ostruzione delle vie aeree, molto più frequente tra gli 0 e i 5 anni, poiché i bambini piccoli tendono a portare oggetti alla bocca con maggiore facilità. Per questo motivo ogni corso è strutturato con un focus differente, adattato alle caratteristiche cliniche, comportamentali e relazionali proprie delle diverse età pediatriche.
In questi corsi viene dedicata grande attenzione alla prevenzione domestica. Molte emergenze nascono infatti da rischi evitabili.
Già durante le visite pediatriche viene svolto un importante lavoro di prevenzione, aiutando le famiglie a rendere l’ambiente domestico più sicuro per i bambini. Verificare i possibili rischi presenti in casa può sembrare meno spettacolare rispetto alle simulazioni pratiche o alle esercitazioni di emergenza, ma in realtà rappresenta uno degli aspetti più efficaci della prevenzione.
Si tratta anche di una vera e propria sfida culturale: promuovere la sicurezza quotidiana significa prevenire situazioni critiche prima ancora che si verifichino. L’obiettivo dei corsi è proprio quello di aumentare la consapevolezza dei genitori, affinché possano riconoscere e ridurre i pericoli più comuni nella vita di tutti i giorni.
Si dice spesso che, mentre nell’adulto il soccorso è soprattutto tecnico, nel bambino entra fortemente in gioco anche la sfera emotiva.
Quando un bambino è coinvolto in un incidente, la gestione dell’emergenza diventa inevitabilmente più complessa anche dal punto di vista emotivo. La presenza di un minore genera un impatto psicologico molto più forte sia per i soccorritori sia per le persone presenti sul luogo dell’evento, in particolare per i genitori o per chi non ha una formazione sanitaria. Attorno al bambino esiste sempre un contesto relazionale ed emotivo molto intenso: non si soccorre solo il piccolo paziente, ma si deve anche gestire l’emozione e la preoccupazione dell’intero entourage familiare.
Per quanto riguarda la presenza dei genitori durante un evento traumatico, quando i soccorsi sono già arrivati: può essere un aiuto oppure un elemento critico?
Nella maggior parte dei casi la presenza dei genitori rappresenta un aiuto. È fondamentale spiegare loro cosa sta accadendo, quali interventi si stanno eseguendo e quali saranno i passaggi successivi, evitando che si sentano esclusi o abbandonati. Idealmente, all’interno del team di soccorso dovrebbe esserci una persona incaricata di occuparsi specificamente dei familiari. La presenza della famiglia è generalmente un vantaggio soprattutto per il bambino, che percepisce un riferimento rassicurante in una situazione di forte stress.
In passato l’approccio era diverso rispetto a oggi?
Sì, in passato — soprattutto nelle situazioni più critiche — si tendeva a pensare che la presenza dei genitori potesse rappresentare un ostacolo o un intralcio alle operazioni di soccorso. Oggi invece l’esperienza e gli studi hanno dimostrato che la vicinanza della famiglia può avere un effetto positivo sia sul bambino sia sui genitori stessi, che comprendono meglio gli sforzi messi in atto dai soccorritori. Naturalmente ogni persona reagisce in modo diverso: c’è chi parla molto, chi resta in silenzio, chi manifesta forte agitazione. Proprio per questo è importante che il personale sanitario sappia accompagnare anche i familiari, fornendo informazioni chiare e mantenendo un contatto costante durante tutta la gestione dell’emergenza.
In che modo l’urgenza pediatrica differisce da quella dell’adulto?
Nel bambino l’evoluzione clinica può essere molto più rapida, soprattutto nei più piccoli. I sintomi possono risultare meno specifici e la difficoltà di comunicazione, in particolare nei neonati e nei bambini piccoli, rende la valutazione più complessa.
I genitori svolgono un ruolo fondamentale, perché sono i primi a cogliere segnali di cambiamento nel comportamento del figlio, come apatia, perdita di appetito o mancanza di gioco. Va inoltre considerato che l’età pediatrica comprende fasi molto diverse tra loro — dal neonato all’adolescente — e ciascuna presenta modalità differenti di espressione dei sintomi e di relazione con l’ambiente.
In alcune situazioni esitare può essere l’errore più grave: è meglio intervenire subito, anche con azioni semplici, piuttosto che non fare nulla?
Nel dubbio è sempre preferibile chiedere aiuto piuttosto che aspettare sperando che la situazione migliori spontaneamente. Contattare il 144 permette di ricevere immediatamente un’assistenza telefonica altamente qualificata: gli operatori guidano i familiari passo dopo passo e rimangono in linea fino all’arrivo del team di soccorso. Per i genitori questo rappresenta un grande supporto, perché consente di agire tempestivamente senza sentirsi soli nella gestione dell’emergenza.
Ci sono situazioni che il sistema sanitario tende a sottovalutare nelle emergenze pediatriche?
Nelle urgenze pediatriche alcuni sintomi possono essere inizialmente sottovalutati, perché nei bambini sono meno evidenti o difficili da interpretare o le condizioni cliniche possono cambiare rapidamente. Il sistema sanitario è strutturato per ridurre al minimo questi rischi grazie a protocolli specifici, formazione mirata e continua del personale. È importante prestare attenzione a ciò che i genitori riferiscono sui propri bambini, perché sono loro a conoscergli meglio e a cogliere anche i più piccoli cambiamenti; per questo quando un genitore segnala che il proprio figlio “non è come al solito”, è fondamentale ascoltarlo con attenzione e considerare seriamente la sua osservazione.
Il soffocamento resta ancora oggi uno dei rischi più temuti dai genitori, soprattutto nei lattanti?
Sì, è sicuramente una delle paure più diffuse, e comprensibilmente, perché si tratta di eventi che accadono con una certa frequenza. Nei primi anni di vita i bambini esplorano il mondo portando gli oggetti alla bocca, e questo aumenta il rischio di ostruzione delle vie aeree. Proprio per questo la prevenzione e la formazione dei genitori su come intervenire tempestivamente sono fondamentali.
Come sta cambiando oggi la formazione in ambito pediatrico, tra simulazioni avanzate e realtà virtuale?
La simulazione rappresenta oggi uno strumento estremamente importante nella formazione. Sempre più spesso vengono organizzate esercitazioni regolari, perché è il modo più efficace per testare competenze, applicare correttamente gli algoritmi di intervento e soprattutto esercitare la comunicazione all’interno del team, che nelle situazioni d’urgenza fa realmente la differenza.
La simulazione sta assumendo un ruolo centrale sia in ambito preospedaliero sia ospedaliero, soprattutto per i soccorritori professionisti. L’utilizzo di strumenti digitali e manichini altamente performanti consente, ad esempio, di verificare in tempo reale l’efficacia del massaggio cardiaco o della ventilazione, permettendo di raggiungere livelli formativi sempre più elevati. Per un laico, una delle difficoltà maggiori è la paura di fare male durante una rianimazione, soprattutto quando si deve comprimere il torace di un bambino. È una preoccupazione molto comune. Tuttavia, in una vera situazione d’emergenza, non intervenire è sicuramente la scelta peggiore. Sono fondamentali i corsi di rianimazione organizzati dall’Accademia di Medicina d’Urgenza Ticinese per imparare ed esercitare le principali tecniche salvavita.
L’intelligenza artificiale è già entrata anche nella formazione sanitaria?
Sì, e probabilmente nei prossimi anni rappresenterà una delle innovazioni più importanti, soprattutto nell’ambito della simulazione avanzata e della formazione della popolazione. L’intelligenza artificiale può fornire un feedback immediato sulle manovre eseguite, valutando ad esempio la qualità del massaggio cardiaco, la ventilazione o la frequenza respiratoria.
In prospettiva potrebbe anche analizzare la comunicazione all’interno del team e generare report dettagliati sui punti da migliorare. Sistemi intelligenti potrebbero supportare l’analisi delle informazioni fornite in tempo reale, pur restando sempre l’essere umano a prendere le decisioni finali.
Anche il tono di voce o lo stato emotivo del genitore durante una chiamata possono fornire indicazioni utili all’operatore? L’intelligenza artificiale potrà analizzarli?
Attualmente i sistemi registrano soprattutto il contenuto delle parole, ma è difficile prevedere come evolverà la tecnologia in futuro. Già oggi l’analisi linguistica può evidenziare elementi rilevanti, ad esempio un racconto eccessivamente concitato o particolarmente emotivo, che possono aiutare a comprendere meglio la situazione. In prospettiva, queste tecnologie potrebbero offrire strumenti di supporto sempre più raffinati agli operatori.
Perché ha scelto la pediatria come specializzazione?
Ho scelto la pediatria perché mi ha sempre affascinato. Visitare un bambino rappresenta una sfida particolare: spesso arrivano in pronto soccorso agitati o spaventati, e riuscire a tranquillizzarli, creare un rapporto di fiducia e poterli visitare serenamente è qualcosa di molto gratificante.
Inoltre, la pediatria copre una fascia d’età estremamente ampia, dal neonato all’adolescente, e questo la rende una disciplina varia e stimolante. C’è poi un aspetto che trovo particolarmente bello: la capacità dei bambini di reagire alla malattia. Il bambino, non appena inizia a stare meglio, torna rapidamente a giocare, parlare e interagire. Riprende la propria quotidianità con una naturalezza e una velocità sorprendenti. È un atteggiamento che rappresenta spesso un insegnamento anche per noi adulti.
Qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare ai genitori dopo questa conversazione?
I genitori sono le persone che conoscono meglio il proprio bambino, e per il personale sanitario, sia preospedaliero sia ospedaliero, ascoltare ciò che riferiscono è fondamentale. Se un genitore percepisce che qualcosa non va, non deve esitare a chiedere aiuto o ad allertare il 144.
Allo stesso tempo è importante non sottovalutare la prevenzione quotidiana: distrazioni apparentemente banali, come l’uso del telefono in piscina, al mare o durante brevi tragitti in auto senza adeguati sistemi di sicurezza, possono trasformarsi in situazioni pericolose. La sicurezza dei bambini nasce soprattutto dall’attenzione nelle piccole azioni di ogni giorno di noi adulti.
Il Dr. med. Gianluca Gualco è medico pediatra e caposervizio presso l’Istituto Pediatrico della Svizzera Italiana dell’Ente Ospedaliero Cantonale, attivo all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona. Si occupa di pediatria generale e di medicina d’urgenza pediatrica, con particolare attenzione alla prevenzione e alla formazione nel primo soccorso. È inoltre docente presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano, dove svolge attività di insegnamento nell’ambito della pediatria e della medicina d’urgenza pediatrica.
La Fondazione Angeli di L.U.C.A., insieme a Croce Verde Lugano, ha promosso il corso BABY SOS, dedicato al primo soccorso pediatrico per la fascia d’età 0–5 anni, suscitando fin da subito grande interesse e confermando il bisogno diffuso di strumenti concreti per affrontare le emergenze pediatriche. Negli ultimi mesi l’offerta formativa si è ampliata con i corsi Junior SOS (6–14 anni) e Teen SOS. Un ringraziamento alla Fondazione Angeli di L.U.C.A. e alla Fondazione Fidinam per il sostegno finanziario, che consente di offrire quote di iscrizione agevolate.
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tel. 091 611 47 73.